INTRODUZIONE
Non è stato facile capire quale poteva essere il contributo che come CSI potevamo dare in merito all’assassinio di Abderrahim Fakir, assassinato il 19 luglio 2026 a seguito dell’intervento della polizia: tante parole erano e sono già state scritte, pubblicate, condivise e commentate. Tuttavia, partendo da una nostra necessità di riflessione interna, abbiamo però deciso di provarci, offrendo un piccolo contributo a partire dal nostro posizionamento: quello di attiviste per la salute, di lavoratrici, antropologhe e mediche che da 20 anni operano soprattutto a Bologna nel campo della promozione della salute, del contrasto alle disuguaglianze, della trasformazione dei servizi in un’ottica di equità e di giustizia sociale.
Consapevoli che non offriremo una chiave di lettura dei fatti nuova né esaustiva, ci siamo lanciat* in un esercizio di elaborazione, riflessione e scrittura collettiva: per non restare inermi, attonite, immobilizzate da una violenza razzista statale sempre più sistemica e legittimata, difesa, premiata o assolta; per andare alla ricerca delle cause delle cause; per riflettere e condividere ciò che vediamo attraverso il lavoro nei quartieri e nelle comunità maggiormente marginalizzate, così come nelle attività di formazione-intervento con i servizi territoriali.
Abbiamo scritto cercando di dare una lettura all’ingiusta morte di un uomo che chiedeva “AIUTO” in una soffocante domenica di metà luglio. Partendo dal riconoscimento dell’interdipendenza dei processi storici, politici ed economici, e dell’interconnessione di capitalismo, colonialismo, sessismo e razzismo nella generazione delle disuguaglianze –espressione di relazioni di potere incorporate nelle istituzioni, nelle politiche e nelle pratiche sociali – abbiamo adottato una lente sistemica e non individuale. Non ci convince l’adozione di uno sguardo riduzionista che punta a individuare un Buono e un Cattivo, e riteniamo che spesso sia il sistema che permette e ancor più favorisce processi di esclusione, disumanizzazione e morte.
Uno sguardo dal lavoro di comunità
Nonostante la nostra presenza nelle periferie di Pescarola e San Donato (Bologna) non sia sempre quotidiana e costante, ciò che riscontriamo grazie alle relazioni di fiducia e alle amicizie con le persone residenti, è la difficoltà di abitare in contesti periferici stigmatizzati o sconosciuti ai più, in cui è spesso la solitudine uno degli stati d’animo maggiormente vissuti. Una solitudine che può tradursi in sfiducia, sintomo di una “cittadinanza di serie B” che non porta altro che al progressivo disaffezionamento delle persone alla vita pubblica, alla cittadinanza attiva, alla manifestazione del proprio potere e della proprio autodeterminazione.
A un altro livello, quello stesso isolamento trasforma la paura ideologica verso chi è considerato diverso, immigrato, straniero, frocio o “pazzo”, in una paura vera, reale, epidermica, un sentimento presente e vivo, capace di offuscare i rapporti interpersonali, di vicinato e di mutuo-aiuto. Nei quartieri attraversati da povertà e disuguaglianze persistenti, la paura non produce automaticamente solidarietà. Al contrario, può essere intercettata da narrazioni che, facendo leva sull’insicurezza materiale, trasformano il disagio sociale in ostilità verso altri gruppi marginalizzati. In questo modo, la rabbia generata dall’ingiustizia sociale viene deviata dalle sue cause strutturali e indirizzata contro capri espiatori, alimentando competizione, esclusione ed egoismi di sopravvivenza.
Troppo facilmente, nei quartieri periferici, si assiste a un “doppio movimento”: da una parte una forte attivazione dal basso e una collaborazione tra residenti, associazioni locali e realtà esterne (anche se in misura maggiore tra le fasce di popolazione più benestanti ed istruite), e dall’altra parte a processi di isolamento, individualizzazione, di sottrazione dallo spazio pubblico, politico, culturale e sociale. “Rintanarsi dentro le proprie case e le proprie mura”, lontani dal centro cittadino così come dal vicino di casa, e ritrovarsi separati e sol*: in questo progressivo isolamento affiora la paura, un sentimento che riscontriamo con forza e che porta le persone stesse a chiedere più sorveglianza, più controllo, più telecamere, più polizia ed arresti. In questi contesti, la violenza è perpetuata dall’assenza di spazi e tempi di comunità che permettono la costruzione di relazioni autentiche e di strumenti di risoluzione/trasformazione dei conflitti.
Uno sguardo dai servizi
Parallelamente, attraverso il nostro lavoro all’interno e in collaborazione con i servizi sociosanitari, osserviamo quotidianamente gli effetti di un progressivo (forse ormai strutturale) impoverimento dell’assistenza territoriale. Non si tratta di una mancanza di impegno o di competenze da parte del personale, ma l’effetto combinato di scelte politiche, vincoli organizzativi e logiche burocratiche che orientano il funzionamento stesso dei servizi, generando un modello di assistenza che attribuisce valore ad alcune forme di cura e ne marginalizza altre. Ne deriva un paradosso ben noto: dove si concentrano vulnerabilità e marginalizzazione ci sono meno servizi. In questi contesti, anche chi cerca di promuovere approcci di Comprensive Primary Health Care (cPHC), si trova costretta ad operare in un regime di scarsità permanente, nel quale prevale inevitabilmente la risposta all’urgenza rispetto alla prevenzione. Di conseguenza, spesso la salute viene schiacciata nell’erogazione di prestazioni puntali, orientate alla gestione del sintomo e rimangono intatte le cause più profonde e strutturali, biografiche e sociali, che generano il malessere.
In particolare con persone con background migratorio e/o razzializzate, i servizi sono spesso portati a riprodurre gli stessi meccanismi e dispositivi delle politiche migratorie: frontiere e confini, pratiche di esclusione, omissione, invisibilizzazione, culturalismi e produzione di discorsi discriminanti. Il tema è la costruzione e riproduzione di un’immagine di non legittimità di cura. Questo è iscritto nelle pratiche degli operatori, nei pensieri, nei non detti, ma anche nei protocolli, nella cultura organizzativa, nella pedagogia interna. È un’economia morale interna volta al sacrificio delle vite meno legittimate. Le esperienze che promuovono approcci più garantisti, sono per lo più episodiche, animate da singoli operatori, poco strutturate. Ad aggravare tutto questo, definanziamento, efficientissimo, privatizzazione (ovvero le modalità di manifestarsi del sistema pubblico neoliberale), vanno letti non come meccanismi paralleli o concause ma parti dello stesso meccanismo.
Nel caso specifico delle persone migranti, le politiche restrittive, gli iter burocratici necessari per ottenere documenti, le micro-aggressioni quotidiane, e soprattutto la continua variabilità delle norme, sono pensati per minare sistematicamente il loro senso di sicurezza di base. Presi nel loro insieme, questi elementi sembrano concorrere ad unico scopo: comunicare alle persone con background migratori che non sono benvenute e che non esiste per loro un posto sicuro. Un primo paradosso che si genera è quello della visibilità/invisibilità: queste persone hanno corpi che diventano immediatamente visibili quando occupano uno spazio pubblico, pertanto vengono invitati in maniera più o meno esplicita a rendersi “invisibili”: il comportamento individuale deve essere sempre irreprensibile per evitare di esporsi ulteriormente.
Una grave conseguenza di questo quotidiano “disciplinamento” è la lenta erosione delle risorse interne individuali, oltre alla sensazione diffusa di “non essere mai lasciati in pace”. Basta un semplice cambiamento normativo per rimettere tutto in discussione: la presenza sul territorio e soprattutto la legittimità ad abitarlo. Uno degli esiti individuali possibili è proprio un sentimento di impotenza e disperazione: in quanto persona razializzata, sono privata della possibilità di avere un effetto diretto sulla mia vita, e non sono al sicuro nel mio corpo. Quando queste sensazioni vengono ripetutamente vissute, l’equilibrio delle persone razializzate ne risente fortemente, e le condizioni per l’emergere di un “disturbo mentale” aumentano. All’interno della nostra società, inoltre, la salute mentale è ancora vista come un patrimonio individuale (sono io che ho, o non ho, un disturbo), ed i contesti sembrano essere irrilevanti: in definitiva, il fatto che una persona stia male riguarda l’individuo, o al massimo le persone che più gli sono vicine. Una visione simile permette una deresponsabilizzazione collettiva che assolve tutti, al più scaricando la responsabilità interamente su un servizio che non è in grado di prendere in carico in maniera opportuna le persone.
Quando la salute mentale intreccia i dispositivi di controllo ufficiali, è la stessa condizione di salute a legittimare l’intervento delle forze dell’ordine. Come in ogni piramide della violenza, la repressione rappresenta però solo la punta, visibile e terribile, di un iceberg.
Uno sguardo sulla salute mentale
In riferimento alla morte di Abderrahim Fakir nelle mani di due poliziotti e del ruolo degli infermieri della Croce Rossa, molte parole sono state spese per giustificare l’intervento violento degli agenti nei confronti di una persona che si suppone avesse manifestato “disturbi di salute mentale”, una definizione alquanto generica e problematica. Una domanda ci sorge però spontanea: come siamo arrivati a pensare che mettere un ginocchio sul collo di una persona inerme e schiacciarla a terra per cinque minuti non sia una situazione rischiosa in sé, ma un dispositivo di controllo/contenzione legittimo, che garantisce la sicurezza?
Per provare a darci una risposta, occorre approfondire l’intreccio tra salute mentale e repressione, analizzando come questi due campi siano sempre più interconnessi e guidati da logiche repressive che giustificano e incentivano la violenza stessa. Dall’altra parte, proprio per rompere questo meccanismo, diventa sempre più urgente implementare e finanziare approcci diversi, che mirino ad interventi di tutela della persona nei casi di emergenza. Rispetto a queste alternative, diversi programmi hanno implementato o vorrebbero implementare squadre ibride composte da forze dell’ordine e professionisti/e della salute mentale per la gestione degli interventi di “emergenza”. Alcune progettualità come HEART nella città di Durham (Regno Unito), sono state costruite proprio in risposta alle mobilitazioni di Black Lives Matter. Alcune testimonianze riportano come queste iniziative siano state utili: in alcuni casi, le forze dell’ordine non sono state neanche attivate e i professionisti della salute arrivati sul posto sono riusciti ad instaurare un dialogo con la persona in difficoltà. Dall’altra parte, diverse organizzazioni (come ad esempio UNASAM) hanno messo in luce come queste iniziative siano un grande rischio, in quanto “alimentano lo stigma sulla presunta pericolosità sociale delle persone con disturbo mentale”, sostenendo che per la gestione di un problema di sicurezza sulle strade sia necessario affrontare “il problema della gravissima carenza di personale nelle forze dell’ordine” e la “formazione continua con attività formativa con esperti di salute mentale”. In molti contesti, infine, si ritiene che la collaborazione con le forze dell’ordine non sia possibile e che solo iniziative dal basso, finalizzate ad esempio alla costruzione di guide di sopravvivenza o all’individuazione di protocolli per le persone sopravvissute alla violenza delle forze dell’ordine, possono fornire alle persone strumenti per conoscere i propri diritti.
Dal nostro punto di vista, il punto non è tanto includere altro personale tra le forze dell’ordine o spostare le “mele marcie” da un dipartimento a un altro, ma riconoscere la dimensione strutturale del problema e agire su quest’ultima: in una società esplicitamente razzista, perchè ci stupiamo che le persone diano meno valore alla vita delle persone che non rientrano nel paradigma dominante? In una società violenta, perché ci aspettiamo che il diritto alla salute vinca sulla valutazione del rischio?
CONCLUSIONE
La morte di Abderrahim Fakir ha cause strutturali profonde, responsabilità precise, e si inserisce all’interno di una procedura tale per cui, sempre più spesso: “il disagio sociale, le dipendenze, la sofferenza psichica, la povertà e l’emarginazione vengono affrontati come questioni di ordine pubblico anziché come problemi sociali o sanitari”. Di conseguenza, il ruolo delle forze dell’ordine come garanti della sicurezza e del ripristino alla “normalità” è sempre più incentivato, mentre si assiste al parallelo indebolimento dei servizi territoriali, di politiche di inclusioni durature e concrete, di dinamiche di mutuo-aiuto e cooperazione tra residenti. In questo contesto, il passaggio dallo Stato sociale allo Stato penale è dietro l’angolo: nel momento in cui le risposte al disagio avvengono quasi esclusivamente attraverso l’uso della forza pubblica e non tramite l’incentivazione di servizi di prossimità, di presidi educativi, di mediazione sociale e attraverso la creazione di una rete capillare di sostegno alle persone, si assiste all’affermarsi di una società che sceglie di sostituire progressivamente la cura con il controllo, la prevenzione con la repressione.
Dal nostro punto di vista, promuovere salute, comunità e benessere, significa immaginare, costruire e sostenere modalità per curarci dalla paura e dall’isolamento, dall’odio e dalla violenza, dal razzismo, dalla disumanità e dall’indifferenza; contrastare l’idea che l’altro\a sia qui per fregarmi\ci il lavoro, la fidanzata, la casa popolare, il piatto tipico…siano questi immigrati, maranza, frocie, trans, persone senza fissa dimora, etc; curarci dall’isolamento e dall’individualismo per tornare ad abitare quartieri, vie, isolati, condomini, parchi e strade in modo collettivo, gratuito, spontaneo; significa attivare politiche capaci di sostenere il potere delle persone di agire sullo spazio pubblico e sul luogo in cui si abita, ma anche potere di sul proprio corpo. Al giorno d’oggi, riteniamo necessario incentivare politiche pubbliche e servizi di prossimità che tornino a far sentire le persone vicine le une alle altre, parte di qualcosa di semplice e quotidiano (comunità? rete? sfamiglia?), qualcosa che sia concreto e sicuro, che possa far sì che le persone si abitino vicendevolmente, si conoscano, si rispettino, si fidino e non si ignorino nelle reciproche richieste e lotte.
La raccolta fondi “Verità e Giustizia per Abderrahim Fakir” è ancora in corso su Produzioni dal Basso:
Le donazioni saranno destinate esclusivamente a sostenere le spese legali, le consulenze medico-legali e tecnico-scientifiche, le perizie, gli atti processuali, le attività investigative difensive e ogni altro costo necessario per permettere alla famiglia di affrontare questo procedimento fino alla sua conclusione.
Contribuisci anche tu con una donazione libera!