Teoria della pratica, agency e incorporazione

Le teorie della pratica (practice theory), dell’agency e dell’incorporazione (embodiment)  elaborate a partire dagli anni Settanta dagli studi in ambito sociologico, antropologico e di matrice femminista, aprono a una lettura profonda e complessa dei processi di riproduzione e cambiamento sociale. Tali approcci cercano infatti di non scindere i modi in cui letteralmente incorporiamo (nelle emozioni, nelle sensazioni, negli stati somatici, nelle pratiche, …) le strutture di potere dominanti dalle forme in cui, nei contesti intersoggettivi, le trasformiamo. Il corpo-soggetto viene considerato non solo come ‘prodotto di’ ma anche come attore di processi di trasformazione sociale, per far emergere le forme complesse e culturalmente specifiche attraverso cui “intenzioniamo” e “facciamo” il mondo, senza che questo necessariamente implichi una consapevolezza razionale e discorsiva.

Si pongono così le basi per un ripensamento dell’azione e del cambiamento che “supera” la suddivisione tra azione consapevole e inconsapevole (tra mente e corpo), e riarticola in chiave problematizzante e non oppositiva il rapporto tra soggetto e struttura, inteso anche come rapporto tra micro e macro, evitando di appiattire la discussione in un dibattito circolare relativo all’alternativa tra determinismo e volontarismo.

In questa direzione il concetto di agency ha permesso di ridefinire il campo dell’azione intenzionale, della motivazione e di ciò che viene considerata come resistenza alle strutture di potere. Secondo alcune autrici le molteplici posizioni riguardo alla relazione tra agency e intenzionalità si possono immaginare come un continuum di definizioni più “morbide”, in cui l’intenzionalità discorsiva e razionale gioca un ruolo secondario, e più “dure”, in cui questa riveste un’importanza centrale. In antropologia è condivisa l’idea che il significato di agency non possa essere stabilito in anticipo poiché questo emerge dalle reti semantiche e istituzionali che definiscono e rendono possibili particolari modi di relazionarsi alle persone, alle cose e a se stessi, e che variano a seconda dei contesti socio-culturali.

Nel campo dell’antropologia medica la questione dell’agency è stata posta attraverso il paradigma dell’incorporazione, secondo il quale il corpo cessa di essere considerato come grezzo materiale biologico sul quale operano la cultura, la storia, la politica, ma (ri)emerge come locus della soggettività, terreno di processi percettivi che sono il nostro unico modo di “essere nel mondo”. All’interno di questa prospettiva, tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta diversi studi etnografici − dei quali un precursore è stato in Italia l’antropologo Ernesto De Martino − hanno messo in luce anche la dimensione agentiva della produzione corporea della malattia/sofferenza. La malattia/sofferenza è qualcosa che si esperisce e che “si fa” con il corpo. Non un mero accidente naturale e biologico, bensì esperienza vissuta in cui si iscrivono e si riproducono le istanze sociali, culturali e politiche della collettività in cui si è inseriti, anche attraverso il proprio essere biologici. In questo senso anche la malattia è considerata una forma di agency, di resistenza all’ordine costituito, un idioma socialmente legittimato per esprimere il proprio disagio.

Riportare l’attenzione sulle dimensione riflessiva e intenzionale del corpo porta con sé delle implicazioni politiche, oltre che scientifiche, poiché considera i soggetti (di intervento, di ricerca, …) come attori che esprimono sempre un qualche grado di comprensione delle proprie azioni, del proprio contesto e delle condizioni che li opprimono.

Riferimenti bibliografici:

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  4. Ortner S. B., 2006. Anthropology and Social Theory. Culture, Power, and the Acting Subject. Durham: Duke University Press.
  5. Quaranta I. (a cura di ), 2006. Antropologia medica. I testi fondamentali, Milano: Raffaello Cortina.
  6. Quaranta I. e Ricca M., 2012. Malati fuori luogo. Medicina interculturale. Milano: Raffaello Cortina Editore.